Benedetta fatica

“Che cosa vi stanca?”. È la domanda che ci siamo sentiti recapitare da don Alberto durante l’omelia di domenica scorsa. Il pensiero se ne è andato correndo sui grandi problemi – la pandemia, il lavoro che singhiozza – e sulle piccole seccature. Il caldo, le mascherine, il caldo con le mascherine…

Il Vangelo non ammetteva scherzi, si parlava di un giogo da portare e di un peso leggero.

Cosa ci stanca allora? La fatica, mi viene da rispondere arrendendomi all’evidenza, dopo averci pensato e ripensato in cerca di una scelta più degna e presentabile.

Non essere migliore di me stessa, dovermi rassegnare – un po’ come il contadino aragonese Miguel Juan del miracolo ricordato nell’omelia e narrato da Vittorio Messori – a riavere sì la gamba restituita dopo un’amputazione, ma livida e zoppicante.

La fatica di dover riprendere, di sopportare la mia fragilità. E qui sta il bello: mai da soli, perché il giogo è a due posti – come ci diceva don Alberto – e accanto a noi c’è sempre il Signore a condividere il tragitto da compiere.

Non un’impressione, neanche un vago buon sentimento. Ma attraverso la presenza costante dei fratelli che la Provvidenza ci invia e che – non come immagineremmo noi – diventano la mano che ci tiene, lo sguardo che incoraggia, la spinta che ci rimette in strada.

Così possiamo pensare la ripartenza e far davvero nostro l’invito ad “entrare in relazione ancor di più con le persone che abitano i nostri quartieri”, come ci è stato chiesto dal cardinale vicario De Donatis nel suo intervento dello scorso 24 giugno.

Dio è per tutto, scriveva Manzoni, “e non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.

Benedetta fatica!

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